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Questi mesi un po’ insoliti portano con sé gli strascichi di un virus che ancora minaccia la nostra quotidianità. Mentre alcune realtà stanno lentamente tornando alla normalità, molti professionisti italiani e dipendenti di aziende cominciano a chiedersi quando potranno rientrare in ufficio. E soprattutto con la garanzia di una completa sicurezza.

In alcuni contesti si continua a sperimentare il modello del lavoro da remoto, con benefici interessanti ma anche criticità da non sottovalutare.

 

In un precedente articolo abbiamo parlato di Smart Working, ma quali sono i suoi effetti?

Nelle fasi primordiali, lo Smart Working si è inserito in alcune realtà come una nuova filosofia manageriale che ha voluto restituire alle persone flessibilità e autonomia nella scelta degli spazi, degli orari e degli strumenti da utilizzare, a fronte di una maggiore responsabilizzazione dei risultati (Osservatorio del Politecnico di Milano).

Oggi, dopo due mesi di lockdown a causa dell’emergenza sanitaria che ha devastato persone, attività, equilibri e routine cambiando le carte in tavola per molti lavoratori lo Smart Working inizia a “diffondere” effetti diversi da quelli desiderati con la sua introduzione anni fa. Infatti, è sempre difficile accettare un passaggio “forzato”: da prerogativa di poche aziende, con un utilizzo a piccole dosi da dipendenti e dirigenti (e nemmeno in tutti i campi di attività), a modalità prevalente e necessaria di lavoro.

 

Diverse sono le linee di pensiero di chi ha vissuto intensamente quest’esperienza lavorativa “obbligata” a distanza.

Si pensi ai dati forniti da una ricerca LinkedIn che ha tirato le somme dopo due mesi di lavoro in remoto. Quale l’effetto?

Su un campione di 2 mila lavoratori, il 21% ha “faticato” a staccare la spina, il 36% è arrivato addirittura a fingere, mentre il 16% ha temuto (e teme) il licenziamento.

Il 46% degli intervistati ha ammesso di sentirsi più stressato e ansioso nello svolgimento del proprio lavoro, mentre il 48% ha ammesso di lavorare almeno un'ora in più al giorno. Cosa comporta? Quasi 3 giorni in più al mese di altro lavoro “ordinario”.

 

Si comprende bene il lato oscuro dell’applicazione del “lavoro agile”: armati di PC e di qualsivoglia strumento digitale per riunioni virtuali, ogni lavoratore ha vissuto la difficoltà di separare spazi personali e familiari da cicli e tempi di lavoro.

Secondo taluni, infatti, lo Smart Working si è rivelato una modalità lavorativa che ha intrappolato persone, organizzazioni e relazioni in una dimensione in cui è scomparso il meraviglioso stacco tra il tempo libero e quello produttivo, causando anche pericolosi rischi di salute procurati dalla cosiddetta iperconnessione. Naturalmente, le difficoltà maggiori sono state sperimentate e assimilate soprattutto dalle donne, legate maggiormente alla conciliazione vita privata-vita lavorativa.

Non possiamo comunque negare i benefici che lo Smart Working ha portato da diversi punti di vista: si pensi alla maggior flessibilità nella scelta degli orari e degli spazi, all’autonomia nell’organizzazione del lavoro, dalla riduzione dell’impatto ambientale all’aumento della produttività.

 

Ancora, altro studio di Linkedin ha rivelato come molti lavoratori siano fortemente preoccupati per un’eventuale fine dello Smart Working, sia dal punto di vista della sicurezza sanitaria, sia per le proprie condizioni finanziarie e di reddito. C’è chi teme che colleghi e clienti non seguano le misure di sicurezza e le linee guida al loro rientro in ufficio (51%); c’è chi prevede un calo nei risparmi personali nei prossimi sei mesi (26%) e chi invece una diminuzione del proprio reddito (19%) - (fonte: la Repubblica).

 

È bene sempre chiedersi se le aziende stiano considerando tutti gli elementi fondamentali per un efficace modello di Smart Working (tra cui, creare una attiva rete di collaborazione; poter usufruire di servizi di messaggistica istantanea all’avanguardia; disporre di applicazioni aziendali che siano al passo con i tempi dello spazio digitale), al fine di adottare congiuntamente adeguate strategie di motivazione ed incentivazione. Certamente la volontà di queste aziende – compresa quella di Wonderlab, sempre attenta agli aspetti personali e umani dei suoi dipendenti – è quella di raggiungere sistemi rigenerativi, resilienti e sostenibili di lavoro per ottenere una produttività elevata ma al contempo una serenità privata meritata.

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